All’inizio c’è un video sulla Calabria.
Il mare, il cibo, una canzone, una frase sull’orgoglio di appartenere a una terra complicata. Poi ne arriva un altro. E un altro ancora. Gradualmente cambiano le parole: famiglia, onore, rispetto, traditori. Alla fine compaiono personaggi criminali rappresentati come uomini forti, persone da ammirare o almeno da non mettere in discussione.
Nessuno ha scelto consapevolmente questa programmazione. Non esiste un direttore di rete che abbia disposto la sequenza.
È stato l’algoritmo.
La deriva mafiosa che non ha bisogno di un piano
Una ricerca di Anna Sergi, professoressa dell’Università di Bologna, ha studiato per tre mesi 225 video pubblicati su TikTok. Il lavoro analizza il punto nel quale la celebrazione della “calabresità” può incontrare i simboli e i valori della sottocultura della ’ndrangheta.
Lo studio non sostiene che l’orgoglio calabrese sia mafioso. Sarebbe un’affermazione stupida, oltre che offensiva. Distingue, invece, diversi livelli di contenuto e descrive il rischio di una progressione: dalle tradizioni e dall’appartenenza locale verso una narrazione sempre più radicale, nella quale onore, famiglia e rispetto assumono un significato differente.
Anna Sergi la definisce mafia cultural drift: una deriva culturale mafiosa.
TikTok non deve conoscere la ’ndrangheta perché questo accada. Non deve condividerne i valori e non deve neppure avere un piano. Gli basta accorgersi che chi ha guardato un determinato video tende a fermarsi anche su quello successivo.
Il punto, allora, non è soltanto il contenuto. È la sequenza.
E continuiamo a regolare i singoli contenuti mentre il vero potere si è spostato nell’ordine in cui vengono mostrati.
La televisione aveva dei difetti. Visibili
Anche la televisione ha trasmesso per decenni violenza, stereotipi, pornografia più o meno mascherata e modelli culturali discutibili.
La differenza è che il suo palinsesto era visibile.
Un programma veniva trasmesso a una certa ora ed era uguale per tutti. I genitori potevano sapere cosa stesse andando in onda. Le autorità potevano controllarlo. Esistevano divieti, simboli, classificazioni, fasce protette e strumenti di parental control.
In Italia, ancora oggi, i contenuti che possono nuocere allo sviluppo fisico, psichico o morale dei minori non possono essere trasmessi normalmente fra le 7 e le 23 senza accorgimenti tecnici idonei. Per i programmi gravemente nocivi esistono divieti più severi. Non abbiamo considerato queste regole una forma intollerabile di censura statale. Le abbiamo considerate tutela dei minori.
Poi sono arrivati i social e abbiamo accettato un paradosso.
Il mezzo che propone lo stesso contenuto a milioni di persone è regolato. Quello che costruisce un palinsesto diverso per ogni singolo bambino viene lasciato, in larga misura, alle scelte della società che lo gestisce.
Milioni di canali privati
Il feed di un minore è un canale televisivo personale che trasmette ventiquattr’ore al giorno.
Il genitore non può controllarlo semplicemente aprendo la stessa applicazione sul proprio telefono, perché vedrà un altro feed. Il regolatore non può osservare un palinsesto generale, perché quel palinsesto non esiste. Ogni reazione modifica la programmazione successiva.
La piattaforma può sostenere di non avere creato i video. È vero. Ma li seleziona, li ordina, li ripete e decide quali lasciare scomparire.
Questa è attività editoriale, anche se viene esercitata da una formula matematica e nessuno vuole chiamarla così.
Lo studio sulla deriva culturale mafiosa rende visibile il fenomeno, ma il problema non riguarda soltanto la ’ndrangheta. Lo stesso meccanismo può accompagnare un minore verso contenuti sull’autolesionismo, i disturbi alimentari, il gioco d’azzardo, la pornografia, la violenza o le teorie del complotto.
Un singolo video può essere ambiguo o perfino innocuo. Cento video orientati nella stessa direzione costituiscono un messaggio.
Il DSA è un inizio, non la risposta definitiva
L’Unione europea ha cominciato ad affrontare il problema.
Il Digital Services Act impone alle piattaforme accessibili ai minori di adottare misure adeguate e proporzionate per proteggerne la privacy, la sicurezza e il benessere. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori che chiedono, fra le altre cose, di modificare i sistemi di raccomandazione per evitare che bambini e adolescenti finiscano dentro percorsi ripetitivi di contenuti nocivi.
Sono indicazioni importanti. C’è anche un progetto europeo per verificare l’età senza raccogliere più dati personali del necessario.
Ma non basta chiedere alle piattaforme di rendere meno pericoloso un sistema del quale continuano a stabilire obiettivi, criteri e funzionamento.
Dovremmo regolare gli algoritmi destinati ai minori nella loro interezza.
Lo Stato deve occuparsi del palinsesto
Questo non significa affidare a un ministro il compito di scegliere quali video mostrare.
Neppure per la televisione lo Stato decide puntata per puntata. Stabilisce categorie, orari, divieti e responsabilità. Un’autorità indipendente controlla il rispetto delle regole e può applicare sanzioni.
Lo stesso principio dovrebbe valere per i feed algoritmici.
La legge dovrebbe individuare le categorie di contenuti che non possono essere raccomandate ai minori, imporre profili non personalizzati come impostazione predefinita, limitare la ripetizione e la progressiva estremizzazione dei contenuti, rendere verificabili i criteri di raccomandazione e consentire ad autorità e ricercatori indipendenti di controllarne gli effetti reali.
Non basta rimuovere il video illecito. Occorre intervenire sul meccanismo che decide di mostrarne cinquanta simili.
La libertà di pubblicare un contenuto, inoltre, non coincide con il diritto di farlo raccomandare automaticamente a un bambino. Sono due cose diverse. Abbiamo confuso la libertà di espressione con il diritto all’amplificazione algoritmica, che non compare in nessuna Costituzione.
Il potere di scegliere ciò che viene dopo
Per anni abbiamo discusso di social chiedendoci chi fosse responsabile dei contenuti. È stata una discussione necessaria, ma ormai insufficiente.
La questione più importante è chi sia responsabile del contenuto successivo.
Un algoritmo non si limita a mostrarci ciò che vogliamo. Impara quale versione dei nostri interessi riesce a trattenerci più a lungo e continua a spingerci in quella direzione. Su un adulto è già un potere enorme. Su un minore è un esperimento culturale condotto senza un consenso realmente consapevole.
La televisione almeno aveva un palinsesto. Potevamo leggerlo, criticarlo e regolarlo.
Oggi il palinsesto esiste ancora. Soltanto, è invisibile.
Ed è arrivato il momento che lo Stato torni a guardarlo.
