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Cosenza, Cosangeles: il documentario che ha capito Cosenza

Ci sono documentari che mostrano una città e documentari che riescono a capirla; Cosenza, Cosangeles, diretto da Alessandro Nucci per Di là dal fiume e tra gli alberi, appartiene alla seconda categoria, perché non usa Cosenza come uno sfondo da cartolina e non prova neppure a trasformarla in qualcosa di più ordinato, più rassicurante o più turistico di ciò che è.

La guarda per quello che è: una città divisa e tenuta insieme da due fiumi, da due anime e forse da due tempi diversi; una città nella quale il centro storico non coincide più con il centro della vita quotidiana, la parte nuova avanza e quella antica resta accanto, bellissima e ferita, abbastanza vicina da non poter essere ignorata e abbastanza lontana da essere dimenticata.

Finalmente Cosenza, non una città qualsiasi

La cosa che ho apprezzato di più è che il documentario non potrebbe essere ambientato altrove. Sembra una considerazione banale, ma non lo è affatto: molti racconti televisivi dedicati al Sud finiscono per ripetere lo stesso repertorio di immagini, malinconia, bellezza e abbandono, cambiando soltanto il nome del luogo; qui, invece, ci sono davvero Cosenza, il suo dialetto, la sua geografia, il suo modo particolare di guardarsi e di raccontarsi.

Ci sono i Bruzi e l’Atene della Calabria, il Castello normanno-svevo e il Teatro Rendano, il Crati e il Busento, il centro storico che sale e la città nuova che corre in un’altra direzione; ci sono la vicinanza quasi assurda del Tirreno e della Sila, la cultura che per decenni ha dato alla città un’identità più grande delle sue dimensioni e quel soprannome, “Cosangeles”, che contiene insieme ironia, orgoglio e il desiderio tipicamente cosentino di considerarsi al centro del mondo anche quando il mondo, con una certa distrazione, guarda altrove.

Due città che non hanno mai smesso di parlarsi

Il documentario comprende soprattutto la frattura che attraversa Cosenza: la città antica e quella moderna non sono semplicemente due quartieri, ma due modi di immaginare il futuro. Da una parte rimangono le pietre, le salite, i palazzi, le chiese e una bellezza che non ha bisogno di essere inventata; dall’altra ci sono il corso, il Museo all’aperto Bilotti, le trasformazioni urbane e la vita che ha scelto una pianura più comoda, più luminosa e forse anche più capace di dimenticare ciò che si è lasciata alle spalle.

Nucci non risolve questa contraddizione e fa bene, perché Cosenza non può essere capita cancellando una delle sue metà; la racconta attraverso le persone, le immagini e i passaggi da una riva all’altra, lasciando emergere una città che continua a cercare un punto di equilibrio tra la conservazione e il cambiamento, tra la memoria e la tentazione di ricominciare ogni volta da capo.

Un elogio che non diventa propaganda

Fare un grande plauso a questo lavoro non significa sostenere che offra un’immagine perfetta o consolatoria della città; significa, al contrario, riconoscergli il merito di averne restituito la complessità senza perdere l’affetto. Cosenza, Cosangeles ama ciò che racconta, ma non per questo nasconde le ferite, l’abbandono di parti del centro storico, la distanza tra la grandezza evocata e le difficoltà del presente.

È proprio qui che il documentario diventa prezioso: non cede né alla retorica della Calabria irrimediabilmente condannata né a quella, ugualmente falsa, del luogo meraviglioso che avrebbe bisogno soltanto di essere scoperto. Cosenza è già stata scoperta, abitata, trasformata e qualche volta trascurata; ciò di cui ha bisogno è essere guardata con attenzione, e questo film lo fa per quasi un’ora senza usare la città come pretesto per parlare d’altro.

Una città che si riconosce

Chi è nato o ha vissuto a Cosenza troverà nel documentario luoghi conosciuti, naturalmente, ma soprattutto un tono familiare; quella combinazione di fierezza e autoironia, ambizione e disincanto, appartenenza e desiderio di fuga che accompagna molti cosentini anche quando sono lontani. Chi invece non la conosce riceverà qualcosa di meglio di una guida: la possibilità di intuire perché una città relativamente piccola abbia prodotto una percezione di sé tanto forte e perché il nome “Cosangeles”, nato quasi per gioco, continui a funzionare.

Forse il risultato più bello è proprio questo: alla fine Cosenza non appare né piccola né grande, né antica né moderna, né perduta né salvata una volta per tutte; appare viva, contraddittoria e riconoscibile. È molto più di quanto riescano a fare tanti racconti celebrativi, ed è la ragione per cui Cosenza, Cosangeles merita di essere visto, recuperato e condiviso.

Il documentario è disponibile su RaiPlay.

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Francesco Capparelli osserva tecnologia, diritto, politica e cultura cercando il filo che lega le notizie alle conseguenze.