La prima partita casalinga del Cosenza nel campionato 2026-2027 si giocherà a Crotone, in uno stadio vuoto. È una frase perfettamente corretta dal punto di vista del calendario e completamente priva di senso secondo qualsiasi idea normale di calcio.
Sabato 29 agosto, alle 21, il Cosenza dovrebbe affrontare il Potenza allo stadio Ezio Scida. La gara appartiene alla seconda giornata del Girone C di Serie C ed è formalmente interna per i rossoblù, sebbene si disputi a quasi cento chilometri dal San Vito-Gigi Marulla. A rendere la situazione ancora più surreale è intervenuto il provvedimento del Prefetto di Crotone, recepito dalla Lega Pro con il comunicato ufficiale n. 5/DIV: la partita si svolgerà in assenza di spettatori.
Ricapitoliamo, perché in certi casi la semplice successione dei fatti raggiunge risultati comici che nessun autore avrebbe il coraggio di proporre. Il Cosenza non può utilizzare il proprio stadio; indica come campo alternativo quello di Crotone; deve disputarvi la prima gara “in casa”; infine scopre che in quella casa provvisoria non potrà entrare nessuno. Rimangono i calciatori, gli arbitri, le telecamere e l’espressione burocratica “gara interna”, che a questo punto sembra soprattutto una provocazione.
Sul provvedimento conosciamo con certezza il risultato e i riferimenti formali: la Prefettura ha disposto le porte chiuse e la Lega Pro ne ha preso atto. Le motivazioni più dettagliate emergono dal comunicato pubblicato dal Potenza Calcio, che riferisce le valutazioni del Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive. Tra queste compaiono gravi carenze strutturali dello Scida, le rivalità tra tifoserie presenti in Calabria, i rapporti tra parte del tifo cosentino e una frangia di quello crotonese e le criticità legate allo spostamento dei sostenitori.
Il Potenza contesta apertamente queste ragioni e ha annunciato un ricorso urgente al TAR. La società lucana osserva, con un ragionamento difficile da liquidare, che se lo stadio presenta carenze strutturali tanto gravi da contribuire alla chiusura al pubblico, occorrerebbe spiegare perché sia comunque idoneo a ospitare la partita. Ricorda inoltre che Crotone-Cosenza di Coppa Italia si è disputata a porte aperte il 16 agosto e che, nella stagione precedente, i tifosi potentini hanno seguito la stessa trasferta al Marulla senza incidenti.
Il ricorso potrebbe cambiare la situazione prima del calcio d’inizio; al momento in cui scrivo, però, le porte restano chiuse. È giusto mantenere distinti i fatti dalle valutazioni delle parti: il Potenza ha riferito e contestato le motivazioni, mentre spetterà eventualmente al giudice amministrativo valutarne la legittimità. Dal punto di vista di chi osserva questa storia, resta comunque una domanda piuttosto elementare: come si è riusciti ad arrivare fin qui?
Lo Scida non era nato per diventare la casa provvisoria del Cosenza. Lo è diventato perché il Marulla non è disponibile e perché il rapporto tra il club, l’amministrazione comunale e l’impianto cittadino si è ormai trasferito dal terreno di gioco alle aule giudiziarie. Le cronache locali riferiscono che il primo settembre il Consiglio di Stato dovrebbe esaminare l’appello della società, mentre il Comune procede verso l’apertura del cantiere per la riqualificazione dello stadio.
Qui non interessa distribuire in poche righe tutte le colpe di una vicenda amministrativa e sportiva complessa, anche perché servirebbero documenti e spazio ben maggiori. Interessa il risultato che quella vicenda ha prodotto: la squadra della città è separata dalla città, il suo stadio è diventato oggetto di un contenzioso e la prima gara casalinga viene trasferita altrove, prima geograficamente e poi anche emotivamente.
Una squadra di calcio può cambiare allenatore, categoria, proprietà e giocatori, continuando a essere riconosciuta dalla propria comunità. Può attraversare stagioni disastrose, perdere partite già vinte, acquistare centravanti che smettono di segnare appena superano lo svincolo autostradale e scoprire talenti che diventano improvvisamente bravissimi dopo essere andati via. Il tifoso conosce questa forma di sofferenza e, in qualche modo patologico, la considera parte dell’esperienza.
Diventa molto più difficile riconoscere una squadra quando viene meno il luogo in cui quella relazione prende forma. Il calcio professionistico continua naturalmente a esistere anche senza pubblico: ci sono i contratti, i diritti televisivi, gli sponsor, gli organici, i comunicati e una classifica che assegnerà tre punti a qualcuno. Eppure una società che gioca lontano dalla propria città, dentro uno stadio chiuso, assomiglia sempre più a una pratica amministrativa con undici dipendenti in pantaloncini.
L’espressione “giocare in casa” non indica soltanto quale squadra debba comparire per prima nel tabellino. Significa riconoscere un rumore, sapere in quale curva guardare dopo un gol, sentire l’irritazione dello stadio quando la squadra arretra troppo, conoscere persino il punto esatto in cui il pubblico comincerà a contestare l’allenatore per una sostituzione che non ha ancora effettuato. È un’appartenenza spesso irrazionale, talvolta persino sgradevole, ma senza quella irrazionalità il calcio perde buona parte di ciò che lo distingue da una simulazione statistica.
A Cosenza questa appartenenza è stata consumata lentamente. Le retrocessioni e le sconfitte spiegano soltanto una parte della frattura; il resto viene da anni di sfiducia, silenzi, proteste e distanza crescente tra la società e chi dovrebbe riconoscersi nella squadra. Lo stadio vuoto di Crotone non crea tale separazione, semmai la rappresenta con una precisione quasi offensiva. Non serviva costruire una metafora: l’hanno organizzata direttamente le istituzioni sportive e amministrative.
C’è anche un dettaglio che rende tutto ancora più amaro. Il Cosenza aveva già giocato allo Scida il 16 agosto, eliminando il Crotone dalla Coppa Italia con una vittoria per 2-0. In quella occasione il pubblico era presente. Pochi giorni dopo lo stesso impianto viene considerato utilizzabile per disputare la partita contro il Potenza, ma non per accogliere gli spettatori. Forse esistono ragioni sopravvenute e perfettamente giustificabili; è però inevitabile che, dall’esterno, il sistema appaia capace di produrre decisioni formalmente ordinate e complessivamente incomprensibili.
Nel frattempo si parla di ricorsi al TAR, di appelli al Consiglio di Stato, di carenze strutturali, di rapporti tra tifoserie e di lavori destinati a proseguire fino al 2027. Tutti temi reali, alcuni serissimi. Quasi nessuno, in questa somma di competenze e procedimenti, sembra riuscire a garantire la cosa più semplice: permettere al Cosenza di giocare a Cosenza davanti ai cosentini.
Sabato sera il campo sarà occupato e gli spalti resteranno vuoti, salvo che il ricorso annunciato dal Potenza conduca a una decisione diversa. Sul calendario sarà la prima partita interna della stagione; nella realtà, il Cosenza giocherà in trasferta da se stesso.
A questo punto non resta che chiedersi a chi appartenga davvero quella definizione di “casa”. Perché se la squadra è a Crotone, il Marulla è in tribunale e i tifosi devono rimanere fuori, del Cosenza sembra essere rimasto soprattutto il nome.
